“Parole di medici, parole di pazienti”

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A diversi livelli si muove la comunicazione umana nei rapporti interpersonali; i due maggiormente distintivi sono il piano del contenuto, veicolato normalmente attraverso codici simbolici, e il piano della relazione, associato invece a messaggi generati di solito attraverso la gestualità corporea, la comunicazione non verbale, le emozioni.

Fatta questa semplice premessa, ahimé un po’ didascalica, quando si dice che tutte le comunicazioni hanno sia un aspetto di contenuto, sia un aspetto relazionale, si vuole mettere in evidenza che ogni rapporto di comunicazione è connotato dal fatto che i protagonisti stiano cercando di ottenere o di far succedere qualcosa o al contrario dal fatto che temano che accada qualcosa che non vogliono che succeda.

Questa doppia connotazione dei messaggi va tenuta presente in modo particolare soprattutto quando ci si occupa di comunicazione in ambito medico: di fronte alla paura e alla sofferenza, la volontà e al contempo il timore, il desiderio di sapere e al contempo la paura di essere costretti a sapere, si alternano e intervengono nelle descrizioni del paziente, nelle sue richieste, nelle sue reazioni.

Quando il paziente descrive i propri comportamenti, i propri sintomi, le proprie sensazioni, non li descrive genericamente a qualcuno: li descrive al suo medico.  La relazione che si instaura tra di loro – benché non sempre… – contiene una sorta di “intesa tacita” in base alla quale il paziente riconosce al medico la facoltà di intervenire nelle sue descrizioni o “narrazioni”, di utilizzarle e anche di interpretarle.

Attorno a questa relazione fatta di comunicazione verbale, dialogo, narrazione e di comunicazione non verbale, emozioni, significati inespressi, si snodano le pagine del libro “Parole di medici, parole di pazienti” di Giorgio Bert e Silvana Quadrino (Il Pensiero Scientifico Editore, Roma, 2002). Nel testo vengono presentati esempi tratti dalle tecniche e della pratica di counselling sistemico applicato in ambito sanitario. E’ proprio del counselling aiutare ad esplorare diversi modi di porsi, di raccontarsi, per individuare nuovi percorsi o nuove prospettive.

Focalizzandosi in particolare sul “raccontare se stessi”, gli autori in un passaggio del testo si chiedono se il paziente che parla al medico di sé, delle sue preoccupazioni, dei suoi sintomi, abbia costruito e restituito la propria descrizione. La risposta è affermativa, ma con dei “ma”: se cioè si intende che il paziente sia giunto “preparato” all’incontro con il medico, assai probabilmente così è. Ha riordinato prima le idee decidendo che cosa dire o non dire, come dirlo, che tipo di risposte vorrebbe ottenere, che cosa teme invece di sentirsi dire. La descrizione quindi può dirsi in parte preparata; ma in parte è, per forza di cose, rivista al momento a seconda del tipo di reazione del medico, delle sue domande, dei suoi commenti. E comunque non si tratta certo dell’unica descrizione possibile né tanto meno dell’unico punto di vista considerabile, in quanto ogni personale descrizione non può che essere un tentativo di per sé imperfetto e soggettivo di riproduzione di una realtà complessa e spesso anche difficoltosamente descrivibile.

Un’interpretazione del rapporto medico-paziente vista da un’angolatura particolare. Condivisibile o meno, non sta a me dirlo. Lo offro come spunto di riflessione.


Parole di medici, parole di pazienti. Counselling e narrativa in medicina
Giorgio Bert, Silvana Quadrino
Il Pensiero Scientifico Editore, Roma, 2002

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