“Graphic Medicine”…? Che cos’è?

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La si definisce come un campo di applicazione del fumetto e al contempo la considerano come un fenomeno culturale trasversale, attorno al quale gravitano figure professionali e artistiche diverse. Questa è la “Graphic Medicine“.

In un articolo pubblicato sul British Medical Journal (2010; 340) dal titolo “Graphic Medicine: use of comics in medical education and patient care” gli autori scrivono che “alcuni operatori sanitari – soprattutto coloro che lavorano nella sanità pubblica, con i giovani e con persone straniere non madrelingua – hanno iniziato ad utilizzare le storie grafiche per la cura del paziente e per la sua istruzione”.

Tramite la religione o la filosofia, la scienza o l’arte, la narrazione o il teatro, e via dicendo, uno dei sempiterni tentativi dell’uomo è stato quello provare a spiegare, interpretare e persino aggirare la malattia e la morte, cercando talvolta anche di creare una sorta di “immortalità”.

Senza ora addentrarci in temi che meritano un tempo e uno spazio di trattazione adeguati, torniamo invece alla Graphic Medicine, dove il fumetto diventa un modo per rappresentare tematiche sociali, dove il narratore dà voce alla propria esperienza legata alla malattia per condividerla, per rielaborarla e anche per esorcizzarla.

Per citare una volta ancora Susan Sontag, è il linguaggio metaforico della medicina che trasmette l’idea di malattia come “colpa”, come “vergogna”. Da qui, la volontà di parlarne, utilizzando anche differenti forme espressive che possano raggiungere e coinvolgere pubblici eterogenei.

Un noto fumettista italiano, Roberto Recchioni, peraltro da qualche anno sceneggiatore di Dylan Dog,  afferma che “in Italia il fumetto sta chiuso in un ghetto che non comunica col resto dei media”. In realtà proprio Dylan Dog, dice Recchioni, “da sempre si confronta con le tematiche sociali”. In un numero piuttosto discusso di qualche tempo fa, l'”indagatore dell’incubo” esprimeva questa riflessione: “Cosa succede quando il male è una parte di noi? Ignorarlo o rifiutarlo è inutile o dannoso”.

Dal fumetto alla filosofia o forse meglio dalla filosofia al fumetto…, non pochi inorridiranno per questo ardito passaggio, ma c’è una frase di Ludwig Wittgenstein che recita: “Le angosce sono come le malattie; vanno accettate: la cosa peggiore che si possa fare è di ribellarvisi”.

 

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