L’angioplastica delle arterie periferiche

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Di che cosa si tratta?

Ne abbiamo parliamo in una puntata di “In salute”, programma di salute e informazione sanitaria.

L’angioplastica è un trattamento endovascolare che si fa introducendo nelle arterie un particolare catetere dall’inguine, qualche volta dal braccio; catetere che viene veicolato dove si intenda effettuare questa dilatazione. Questo catetere è dotato di palloncino che viene gonfiato da esterno.

È una metodica che si utilizza da fine degli anni ‘70 che ha avuto una diffusione planetaria enorme. Il 70% dei pazienti che abbiano una patologia ostruttiva delle arterie degli arti inferiori, dove ci sia una indicazione clinica, vengono trattati con angioplastica e non più con la chirurgia.

È un trattamento che nella quasi totalità dei casi prevede un’anestesia locale. L’accesso, e cioè il punto in cui introduciamo il catetere, è abitualmente l’arteria femorale comune che decorre all’inguine.

L’angioplastica transluminale percutanea – così si definisce in linguaggio tecnico – prevede, soprattutto nelle arterie che decorrono nell’addome (le arterie iliache), anche il rilascio di uno stent nella sede della patologia che si intende trattare.

Gli stent sono reticelle che vengono rilasciate nella sede di interesse e vengono dilatati costituendo una sorta di supporto meccanico nella sede della stenosi. Vengono utilizzati ampiamente nelle coronarie, nelle carotidi, nelle arterie renali, nelle aorte, nelle arterie periferiche, laddove vi siano indicazioni per farlo.

Quali sono le patologie per cui si ricorre all’angioplastica?

Limitandoci alla patologia ostruttiva delle arterie degli arti inferiori, ricorriamo all’angioplastica quando esistano delle ostruzioni o stenosi – cioè arteria chiusa o ristretta per presenza di placche al suo interno – o di ostruzioni che implichino ostruzione completa che diano disturbi significativi. Per quanto riguarda gli arti inferiori, una delle patologie ostruttive è la cosiddetta claudicatio oppure in casi gravi l’ischemia critica, cioè quando non arriva abbastanza sangue nemmeno in condizioni di riposo.

Per questo tipo di esame, il paziente deve essere ricoverato. Si può fare in day hospital oppure con un ricovero che è di solito di una notte. Il paziente deve essere a digiuno e deve aver fatto una serie di esami che vengono valutati, come esami del sangue, elettrocardiogramma, radiogramma del torace e poi viene trattato in anestesia locale.

In linea di massima i soggetti che devono sottoporsi ad angioplastica percutanea o stenting già sono trattati con farmaci antitrombotici che hanno la funzione di limitare al massimo il rischio che le arterie, dove coinvolte, possano chiudersi. A maggior ragione dopo l’angioplastica questi farmaci devono essere continuati nella maggior parte dei casi per tutta la vita.

Quali sono i benefici per il paziente?

Innanzitutto deve esserci un’indicazione molto chiara e condivisa in primo luogo con il paziente, che deve obbligatoriamente partecipare al processo decisionale e, possibilmente, anche con i medici curanti. Il paziente è portatore di un disturbo (es. la claudicatio o l’ischemia critica) e noi intendiamo con l’angioplastica trattare questo disturbo: abbiamo un successo tecnico molto elevato e un successo clinico di poco inferiore. Vale a dire, se un paziente arriva perché ha un’arteria occlusa o ristretta e si ferma camminando dopo 100 mt, il nostro obiettivo è farlo camminare senza più limitazioni, cioè l’obiettivo nella stragrande maggioranza dei casi è aumentare l’autonomia di marcia.

In linea generale, il paziente che si è sottoposto ad angioplastica deve poi riprendere a condurre una vita normale. Comunque dipende sempre dalla situazione clinica prima del trattamento. Se la situazione clinica è complessa e cioè se il soggetto è cardiopatico, arteriopatico, diabetico e che quindi ha molteplici fattori di rischio, si fa l’angioplastica per migliorare la qualità di vita del paziente. È ovvio che il paziente poi debba fare una vita normale, compatibilmente con le sue condizioni.

Ci possono essere casi in cui vi sia un insuccesso tecnico o clinico dell’angioplastica. Dobbiamo entrare nell’ordine delle idee che la medicina non è una scienza esatta e che il medico è un uomo come tutti gli altri e quindi può sbagliare. Fatta questa considerazione preliminare, le complicanze sono da tenere sempre in considerazione.

In genere e in termini molto generali, l’obiettivo dell’angioplastica è migliorare una certa condizione, ma l’obiettivo fondamentale è non impedire un eventuale intervento chirurgico successivo, se necessario. La percentuale di pazienti in cui, fatta l’angioplastica, l’angioplastica fallisca e si renda poi necessario un intervento chirurgico ulteriore, è un’assoluta minoranza, ma sono casi da tenere in considerazione.

Rischi e benefici: parliamo di consenso informato

Come regola generale, in qualunque trattamento, specie se invasivo, bisogna sempre considerare il bilancio rischio-beneficio: quale rischio intendo accettare in relazione a quale beneficio voglio ottenere. L’angioplastica è un esame invasivo e può essere gravato da complicanze. Statisticamente il tasso di complicanze è basso, ma purtroppo capitano complicanze inaspettate e in medicina le cose rare possono capitare.

È assolutamente doveroso informare sempre il paziente dei rischi e dei benefici. C’è nel rapporto medico-paziente una fase fondamentale che è il consenso informato: vuol dire spiegare al paziente quale disturbo abbia, quali possibilità terapeutiche ci siano e a quali complicanze si possa andare incontro. Possibilmente in modo chiaro e comprensibile.

 

(fonte: GRP Televisione, In salute – Programma di Salute e informazione sanitaria – puntata del 28 ottobre 2016)

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